Tutte le strade portano a scuola

Parlare di politica mi appassiona da sempre. Occorre specificare che con questo non intendo che mi appassioni solamente lanciarmi in disamine sul panorama politico italiano o sulle primarie statunitensi; intendo più che altro che mi piace discutere di ciò che riguarda la cosa pubblica, la realtà che ci circonda, l’attualità.

scuola-futuroPratico per passione la disciplina della discussione da circa 25 anni, con gradi diversi di approfondimento, e di recente mi sono accorta che al fondo dei miei ragionamenti c’è sempre l’istruzione. Che davvero, nel mio sistema valoriale, tutte le strade portano a scuola.

Il problema della rappresentanza politica è un primo esempio efficace: spesso mi capita di pensare che la classe politica sia inefficace, incapace di creare strategie vincenti sul lungo periodo, tenda alla banalizzazione di problemi complessi e faccia successo, sul piano elettorale, appellandosi a slogan emotivi che nascondono sempre soluzioni fallimentari e inadeguati ai problemi del nostro mondo. E continuo a stupirmi del fatto che la gente voti certi soggetti.
Ho pensato a lungo a come questa situazione potrebbe cambiare, ho immaginato le caratteristiche di un partito politico dal quale davvero mi sentirei rappresentata, ho riflettuto su come comunicare efficacemente un programma politico che per me sarebbe davvero efficace e sono giunta alla conclusione che l’unica soluzione sia investire sulla scuola, perché alleni tutti ad essere buoni cittadini e fornisca a tutti gli strumenti per votare con cognizione.

Prendiamo poi il problema, scottante, del terrorismo islamico di Parigi e Bruxelles e dell’infinito insieme di questioni legate all’immigrazione e all’integrazione che si porta appresso. Continuo a credere che militarizzare le città, chiudere le frontiere, lucidare i bombardieri non faccia altro che aumentare il numero di potenziali terroristi.
Mi chiedo però anche come l’Europa possa affrontare il problema dei flussi migratori e dell’integrazione che questi richiedono, rifletto sul fatto che forse i modelli di integrazione finora proposti hanno delle falle che hanno generato gli attentatori dei giorni e dei mesi scorsi. E di nuovo ritorno alla scuola come unico strumento davvero efficace per praticare un’integrazione reale, come unica arma a disposizione degli stati per combattere, attivamente e efficacemente, la violenza e il terrorismo.

Poi c’è la questione ambientale e delle politiche energetiche, che è la vera grande sfida per il futuro. Anche in questo caso, come fare a convincere i cittadini dell’importanza di una gestione oculata, informata, scientificamente valida dell’ambiente? Soprattutto in Italia, dove le conoscenze scientifiche di base sono ignote a una buona fetta della popolazione, che è poi chiamata a prendere decisioni su materie fondamentali sul nostro futuro.
Problemi come le trivellazioni petrolifere in mare, che sono il tema caldo di questi giorni, l’impiego di fonti energetiche alternative, il risparmio energetico, ma pure gli OGM, la validità delle medicine alternative, l’opportunità di vaccinare meno i figli, sono tutte questioni che andrebbero affrontate con una certa preparazione tecnica e non solo con l’emotività o le ideologie preconcette.
Di nuovo, l’unica soluzione mi sembra investire in una scuola che insegni di più e meglio la scienza e i suoi meccanismi, che fornisca gli strumenti analitici utili a capire cosa succede nel mondo della ricerca scientifica e tecnologica, per poter poi applicare con competenza queste conoscenze alla cosa pubblica.

Oppure si può riflettere sull’impatto delle tecnologie informatiche, del web e dei social network sulle nostre vite. Potrebbero essere i più potenti strumenti di crescita che l’umanità abbia mai avuto a disposizione, ma ci mettono anche di fronte a un buon numero di problemi.
Credo che tutti abbiamo avuto modo di osservare come internet possa diventare un veicolo di informazioni e teorie a dir poco bislacche, come i social possano trasformarsi in arene in cui l’aggressività viene sfogata in forma preoccupante, con un carico di odio e rabbia che fa quasi paura, oppure ancora come l’uso continuo di strumenti informatici di varia forma e dimensione ci renda un po’ isolati, un po’ automi dipendenti dalla luce azzurra di uno schermo e della presenza di una connessione abbastanza buona.
Ancora, se vogliamo che il web e le tecnologie informatiche siano usate al meglio delle loro potenzialità, come veicolo di idee e cultura, possiamo agire in un solo modo: passando attraverso la scuola per fornire a tutti gli strumenti culturali necessari a maneggiare la tecnologia dominandola, senza diventarne succubi.

Questi sono soltanto quattro esempi, ma potrei andare avanti per ore. Ogni volta che il mondo mi mette davanti un problema, io penso e penso, per giungere invariabilmente alla conclusione che abbiamo già lo strumento necessario per risolvere quel problema definitivamente. Quello strumento è la scuola.

Per questo credo che una società dovrebbe investire ogni centesimo possibile nell’istruzione. Che dovremmo cominciare a insistere forte sull’idea che gli insegnanti sono la categoria professionale più importante e più potente di un paese.
Che dovremmo convincere tutte le menti più brillanti ad aspirare all’insegnamento come prima, più nobile e magari pure più remunerativa opzione di carriera.
Che tutti i genitori dovrebbero parlare ai propri figli della scuola come della più importante e più autorevole delle istituzioni e del loro percorso da studenti come del momento più rilevante e definente della loro vita.
Che non dovremmo mai stancarci di parlare di scuola, di parlarne bene, di buttarci dentro tutte le nostre energie.

Poi se un giorno a tutta ‘sta teoria ci credesse anche un ministro dell’istruzione, non sarebbe bello?

Nota personale: quanto mi fa incazzare, per altro, che tentare di diventare insegnanti sia un percorso a ostacoli talmente frustrante e mal pagato che chiunque abbia una possibilità diversa, tipo la sottoscritta, ci rinuncia per spirito di sopravvivenza?

Di maternità, YouTube, gin tonic e bellezza

Ieri un’amica ha postato un articolo di Laurie Penny, pubblicato in Italia da Internazionale, intitolato “La gravidanza è usata per controllare il corpo delle donne” e ha chiesto agli amici un parere. Ci ho pensato su a lungo e alla fine mi sono ritrovata ad avere una lunga lista di considerazioni in merito. Così ho deciso che ne avrei scritto per esteso.

maternità

L’articolo in questione, premetto, non mi è piaciuto per nulla. In primo luogo perché mi è parso mettesse insieme troppi argomenti, profondamente diversi fra loro, in modo un po’ abbozzato e superficiale. Ho deciso che salterò a piè pari tutto quel che concerne la situazioni in paesi come il Brasile o El Salvador perché non sono sufficientemente preparata in merito. Per la stessa ragione non mi addentrerò sulla situazione normativa negli USA, sulla quale mi sento semplicemente di dire che mi pare si inscriva in un processo di sistematica erosione dei diritti, in particolare sull’aborto, che trovo disgustosa e pericolosa.

E ora, sotto con le considerazioni più estese. Continua a leggere

L’insostenibile irrequietezza dell’essere

Confesso, sono un’anima irrequieta. Non conosco, se non per sentito dire, la sensazione confortante di sentirsi la persona giusta al posto giusto.

Ero irrequieta a sedici anni, quando stare seduta di fronte al libro di matematica mi faceva ballare la gamba sotto al tavolo.
Irrequieta a diciotto anni, quando facevo per la prima volta le quattro del mattino e la gente intorno al me nel locale, quella sera, mi sembrava tutta più a proprio agio di quanto fossi io.
Irrequieta a vent’anni, quando il futuro era un grandangolo e pur pensando che avrei potuto fare tutto, non mi sentivo veramente adatta a niente.
Irrequieta a venticinque anni, quando ho dovuto scegliere un lavoro e il risultato sono stati quattro traslochi in due anni e una vita in macchina, da latitante.
Irrequieta a ventotto anni, quando ho scelto il mio compagno, e ho scoperto che l’amore da adulti fa una paura fottuta.
Sono irrequieta ora, a trent’anni, che la vita attorno a me sembra essersi calmata e la mia irrequietezza invece mi accompagna per mano, come ha sempre fatto.

Invidio le persone tranquille, quelle che sembrano calate anima e corpo nella propria vita, senza agitazione, senza dubbio, senza paura, con la saggezza dipinta in faccia e il sorriso sempre sulle labbra.
Invidio anche quelli che assecondano la propria irrequietezza, che la nutrono di cambiamenti continui e di una vita spericolata, che si sentono invincibili e pieni di forze.cop

Vorrei la serenità calma dei primi, o il coraggio forsennato dei secondi. Dipende dai giorni. Ma resto nel mezzo, sono piena soltanto di forse e vado avanti, costruendo la mia vita su solide incertezze.
Un’amica saggia, citando Benni, dice che siamo “comici spaventati guerrieri” ed è una definizione che amo.

Per fortuna ci sono giorni in cui guardo la mia irrequietezza e le sorrido, in fondo è lì da così tanto tempo e un po’ le voglio bene. Oggi è uno di quei giorni.

Charlie, l’Europa e la libertà

Passato il mal di cuore, scivolata via la sberla emotiva da cui è scaturito il post di ieri, il cervello ha ricominciato a girare a regime. Così a cena, discutendo con l’inestimabile compagno J, ci siamo trovati a riflettere di nuovo sull’attentato a Charlie Hebdo e ad andare decisamente più in profondità.

Sono stati tanti, tra ieri e oggi, a far notare che, mentre in Europa eravamo in lutto per l’attentato di Parigi, in Nigeria Boko Haram causava centinaia di morti e in Yemen le vittime degli attentati erano assai più numerose. Eppure non riesco a fare a meno di pensare che l’attentato a Charlie Hebdo e le conseguenze che ne sono derivate ci riguardino davvero più da vicino.

Possiamo fingerci indifferenti alla paura mentre chiacchieriamo al caffè e ci diciamo tutti Charlie ma credo che ognuno di noi abbia sentito la propria vocina oscura mormorare “È Parigi, cazzo. Questa cosa è successa in casa mia.” Non è una vergogna, è senso di sopravvivenza. Con quella paura bisogna lottare, per impedire al nostro “cervello lucertola” di lasciarci deviare, lentamente e subdolamente, verso il suono dei pifferai xenofobi e fascisti che rispondono al nome di Le Pen e Salvini e compagnia cantante.

Trovo molto significativo che i fatti di Parigi abbiano suscitato in me tanto senso di appartenenza. Certo, il fatto che sia stato colpito un giornale satirico ha giocato la sua parte, di questo ho già scritto ieri. Ma questo senso di appartenenza era già comparso, con Madrid e con Londra. Forse finalmente gli europei esistono davvero. Non so se siamo la prima generazione a viverla in questo modo, ma ho sentito commenti tipo “Speriamo che non venga in mente a nessuno di fare una cosa del genere in Italia” provenire soltanto da persone 30 o 40 anni più vecchie di me. Per me e credo per un buon numero di miei coetanei, la tragedia, se avviene in Francia o in Spagna o in Inghilterra, è già avvenuta in casa. Non c’è bisogno che attraversi le Alpi.

I fatti di Parigi di questi giorni sono figli dell’Europa anche per un’altra ragione, una ragione che alimenta la preoccupazione e anche un po’ la paura in modo molto più razionale e politico: gli attentatori vivevano qui, in Europa. E avevano la mia età, più o meno. Non posso fare a meno di fermarmi a pensare al fatto che lo stesso “luogo culturale” che ha prodotto l’onda di empatia e commozione per i vignettisti uccisi abbia prodotto anche gli autori dell’attentato.

Quali sacche di oscurità si celano nella mia Europa, allora? E quali errori abbiamo fatto noi, europei da chissà quante generazioni, che hanno portato a questi buchi neri in cui fiorisce l’estremismo?

Non parlo soltanto dell’estremismo islamico, parlo anche di quello cristiano che ha prodotto Breivik in Norvegia e di tutti quegli estremismi striscianti che mi sembrano esacerbarsi ogni giorno di più, da 15 anni a questa parte: omofobia, sessismo, complottismo. Estremismi che sembrano farsi forti, troppo forti, nei miei coetanei e in ragazzi ben più giovani di me. Gente con un livello di scolarizzazione, di alfabetizzazione e di benessere economico che non ha eguali nella Storia: tutte cose che dovrebbero vaccinare contro l’estremismo, non generarlo.

Nei giorni scorsi ci siamo indignati e ci siamo sentiti partecipi di un’Europa attaccata nel suo aspetto più nobile: la libertà. Forse è giunto per noi, che abbiamo 30 anni e anche di meno, il momento di farci una domanda: la stiamo usando bene, questa libertà? È il bene più prezioso che abbiamo eppure sono sempre di più quelli che se la dimenticano, per aderire invece alla banda di invasati di turno.

Forse, in quest’era post-ideologica, abbiamo iniziato a spogliare la libertà di tutti i suoi annessi migliori: il senso di appartenenza, il senso della cosa pubblica, il senso della collettività, il senso dell’accoglienza. E li abbiamo sostituiti con l’atomizzazione sociale, l’individualismo, il faccio-quel-che-cazzo-mi-pare-basta-mi-gratifichi-per-i-prossimi-3-minuti. E al cuore dell’Europa è rimasta una libertà nuda e triste, in pessima compagnia. Niente da stupirsi se poi in molti scappano per rifugiarsi nell’abbraccio mortale ma confortevole degli estremismi di turno. Che non importa se poi muori, almeno sei appartenuto a qualcosa finché è durata. Questo è ancora più vero per chi è più debole, per chi nasce o arriva o cresce con una marcia in meno, che sia per motivi sociali, economici, geografici o personali.

Tutto questo per dire che se riusciamo a fare in modo che essere Charlie sia un punto di partenza per tornare a essere tutti insieme qualcosa, quei morti non saranno stati invano.

Certo, imparassimo a pensarci prima non sarebbe male.

Guerra agli umani #CharlieHebdo

charliehebdoQuando ieri ho letto dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo sono rimasta a bocca aperta e ho avuto una fitta al cuore.

Ho da sempre una grande fascinazione per le parole, per il loro significato letterale ed etimologico. Troppo spesso usiamo le parole senza fermarci a pensare a ciò che davvero vogliono dire. La fitta al cuore che ho provato ieri la posso provare a spiegare solo così, facendo appello al significato profondo di alcune parole.

Il terrorismo che colpisce i simboli del potere, le caserme o le ambasciate, è disgustoso e crudele. Come sempre è disgustosa e crudele la violenza.

Colpire un giornale satirico è infinitamente peggio. È profondamente disumano. Questa è la parola più importante.

Se il bersaglio del terrorismo è un giornale che fa ridere, non si tratta di un attacco a un certo tipo di potere, di affiliazione politica o di credo religioso, si tratta di un attacco al concetto stesso di umanità. Non mi viene in mente nulla di più significativo per definire la specie umana della risata. Ridere è il sintomo più alto della nostra umanità.

E c’è di più. Ieri hanno ammazzato degli uomini irriverenti. Questa è un’altra parola importante. Irriverente significa, in senso letterale, “che non fa la riverenza“. Cioè chi non si inchina, chi non piega la testa. Chi è diritto, che poi è un sinonimo di retto, che a sua volta vuol dire, stando ai dizionari, “conforme a dirittura morale e intellettuale“. Penso da sempre che rettitudine e irriverenza vadano a braccetto.

Tutto questo è stato fatto da due esseri a volto coperto ed equipaggiati con armi automatiche, quindi privi di qualsiasi connotato umano, niente viso e protesi micidiali al posto di un altro grande simbolo di umanità, le mani. In pratica, dei mostri che di umano non hanno più nulla.

Io non credo che quello che è successo ieri sia una questione di religione, di cultura, di oriente e occidente. È sufficiente leggere i commenti di illustri Imam sull’accaduto per rendersi conto che l’Islam ha ben poco a che vedere con tutto questo. È sufficiente guardare i disegni di commento fatti da fumettisti islamici per capire che l’oriente ha ben chiara l’idea di libertà di espressione.

Pensate all’attentato così: mostri privi di qualsiasi connotato umano positivo, dunque mostri disumani, hanno massacrato un gruppo di umani, cioè di esseri che ridevano, irriverenti, non chinati di fronte a nulla e a nessuno.

E all’improvviso tutto diventa chiaro: quella di ieri è stata una dichiarazione di guerra, ma questa guerra non è tra cristiani e islamici, tra Europa e mondo arabo, tra occidente e oriente. È una guerra tra chi vuole restare umano e chi vuole la regressione alla bestialità, alla disumanità totale.

Ma noi continueremo a ridere forte e a essere irriverenti. Noi resteremo umani.

La camicia (di forza)

Una persona, eccellente nel suo lavoro, ha appena raggiunto un traguardo di notevole importanza, non solo per se stessa ma pure per il resto del mondo.

Quella persona si presenta di fronte ai media per parlare del proprio lavoro e di quanto importante sia l’obiettivo che ha appena raggiunto.

Nel giro di poche ore, tutto il mondo parla non di ciò che quella persona ha fatto ma degli abiti che indossava, chiedendogli spiegazioni e imponendogli di prendere una posizione in merito.

Se questo fosse successo a una donna, saremmo tutte lì a gridare “scandalo!”, “discriminazione!”, “lesione della libertà!”.

Invece è successo a un uomo, a un grande scienziato ed è stato ad opera di sedicenti femministe. Quell’uomo, in lacrime, ha dovuto chiedere scusa.

Io sono convintamente femminista e a chi ha fatto scoppiare questo scandalo inesistente, pretestuoso e francamente stupido mi sento di dire:

“VAFFANCULO!”

Grazie alla vostra ridicola rigidità mentale e al vostro modo di fare talebano, le serie battaglie contro le discriminazioni e le violenze vere verranno ridicolizzate, tacciate di inutilità, bollate come vetuste, aggressive, velleitarie.

Avete reso il peggior servizio possibile alla scienza, al femminismo e in ultima analisi al genere umano, dimostrandovi misere e stronze quanto i misogini che tanto criticate.

Devo ripeterlo: “VAFFANCULO!”

E tutte le mie scuse al Dottor Matt Taylor, che guarda le comete mentre molte altre persone non sanno guardare che al proprio ombelico, anzi, peggio, al proprio buco del culo.

taylor

Di surgelati uterini e tritacarne lavorativi

N_liquidoDue giorni fa capolino sui giornali la notizia che Facebook e Apple vorrebbero offrire la copertura economica per la congelazione degli ovuli alle proprie dipendenti, per favorirne la carriera. Come era prevedibile, l’annuncio ha generato un acceso dibattito in rete. Ho letto molti commenti, soprattutto sui social network, in merito (uno fra tutti, il post della Lucarelli).

Trovo che questa discussione patisca, soprattutto in Italia, di un gravissimo vizio di forma: molti commenti giocano sul dualismo preferire i figli/preferire la carriera. Come se le due cose dovessero necessariamente essere contrapposte, cosa che secondo me è una gigantesca scemenza. Se oggi il binomio carriera/figli sembra così fortemente dicotomico è perché il mondo del lavoro è per lo più gestito da un manipolo di cariatidi di sesso maschile che pensano sia importante la quantità di tempo passato in ufficio, non la qualità di questo tempo; sono quei dirigenti che indicono giornalmente pompose riunione che durano anche 4 o 5 ore e hanno l’unica finalità di fare a gara con i colleghi a chi ce l’ha più lungo.

Io non ho (ancora) figli ma dall’osservazione delle madri che conosco ho tratto la convinzione che ci siano almeno 5 buone ragioni per cui ogni azienda dovrebbe augurarsi di avere madri nel proprio organico, anche e soprattutto a livelli dirigenziali.

  1. Le madri non perdono tempo. Sanno, molto meglio di chi non ha figli, che ogni minuto è prezioso.
  2. Le madri sono oculate nella gestione economica. Niente come un costosissimo bambino piccolo insegna a non buttare i soldi dalla finestra.
  3. Le madri sono creative e piene di elasticità mentale. Provate voi ad avere a che fare con un esserino che contemporaneamente insiste per travestirsi da elfo dei boschi e chiede “Perché il gatto non può parlare mentre io posso fare miao?” mentre cercate di prepararlo per andare all’asilo, per esempio. Il problem solving è la specialità di ogni mamma.
  4. Le madri sono capaci di empatia. Sanno cosa voglia dire vedere il mondo con gli occhi di qualcun altro. Sono le migliori specialiste in gestione delle risorse umane.
  5. Le madri sono responsabili. Hanno dei figli che dipendono da loro e sanno di non essere il centro del mondo.

Mettere a disposizione di una madre strumenti di welfare come il nido aziendale, il flexi-time e incentivi economici di sostegno alla genitorialità, ne farà una lavoratrice produttiva ed efficiente quanto e talvolta anche più dei suoi colleghi. Questo ovviamente è vero se si ha a che fare con donne brave e motivate nel proprio lavoro fin da prima di diventare madri.

Si sentono spesso recriminazioni su madri che “rubano lo stipendio“, “approfittano della propria condizione“, “sono sempre a casa” e non è raro che queste recriminazioni vengano da altre donne.
Una madre che approfitta della propria condizione per non fare il proprio lavoro era quasi sicuramente una lavativa anche prima di essere madre e lo sarebbe anche senza avere figli. Essere femministe, lottare per ottenere un welfare a sostegno della maternità e condizioni di lavoro più flessibili, non significa sostenere che tutte le madri siano brave al lavoro. Non è vero, così come non lo sono tutte le donne. Essere persone capaci e avere un’etica del lavoro sono due caratteristiche del tutto indipendenti da genere, genitorialità, orientamento sessuale, razza o religione. Siamo tutti in primo luogo persone e in quanto tali possiamo essere bravissimi oppure dei cretini o dei fannulloni.
Donne e uomini, bianchi e neri, scapoli e ammogliati: la percentuale di deficienti è democraticamente eguale in tutte le categorie. Non è una buona ragione per lesinare sui diritti. Sarebbe come dire che soltanto perché ci sono bambini poco brillanti intellettualmente, la scuola non serve, tanto quelli rimangono asini. Quindi spiegatemi, dovremmo lasciare ignoranti tutti perché c’è qualcuno lento di comprendonio?

Inoltre, le aziende che decidono di non investire su servizi idonei e su un’organizzazione del lavoro più compatibile con le esigenze delle madri, sostenendo che qualcuna ne approfitterebbe, stanno implicitamente ammettendo di non essere in grado di discernere tra una lavoratrice valida e una lavativa quando assumono. Ergo, scemi loro.

Ci aggiungo una considerazione: se in un’azienda esistono mansioni che una madre davvero non può svolgere, perché davvero richiedono di stare 14 ore al giorno in ufficio, di non prendere mai un giorno di ferie perché il bambino sta male o due ore di permesso per andare al colloquio con le maestre, allora quelle mansioni non sono umane. Sul lungo termine, passeranno al tritacarne anche il più rampante carrierista, anche se è giovane, maschio, senza figli, single, eterosessuale e anche ariano. Dopo qualche anno diventerà cocainomane o scapperà in Tibet per diventare un bonzo buddhista, nel migliore dei casi.

Forse sono quelle mansioni la cosa da congelare, una volta e per sempre. Non gli ovuli delle signore.

Trentenne, vuoi essere felice? Fatti furbo!

Lo sfogo del giorno segue la lettura di uno di quei maledetti post da bimbiminkia il cui sottotesto è “per sentirti libero e realizzato devi buttare alle ortiche il senso della realtà e se ti viene anche solo un filo di dubbio sei uno skiavo del systema“.

Il mondo ci sbraita addosso che siamo dei falliti se la vita non va esattamente come nei nostri sogni di quattordicenni. Se abbiamo fatto dei compromessi, rinunciato a qualcosa, se ci siamo accontentati anche solo un pochino, siamo dei falliti. Vecchi dentro.

E poi tutti a stupirsi che i cosiddetti giovani vanno in crisi, hanno i dilemmi esistenziali, la depressione e gli attacchi di panico.

Sapete, miei cari coetanei, che c’è? SONO TUTTE CAZZATE

Nella vita non fai quello che vuoi, fai quello che puoi. Per cavare fuori dall’esistenza un grammo di soddisfazione devi buttarci dentro una tonnellata di fatica. Per essere soddisfatto devi farti un culo della madonna. Le cose belle della vita non si trovano come i funghi, men che meno piovono in testa come manna dal cielo.

Non si trova un lavoro realizzante, si cerca realizzazione nel lavoro che si ha.
Non si trova il principe azzurro, si inventa un amore con un altro povero diavolo come noi.
Non si trovano gli amici, ci si fa degli amici.
Non si trova la casa dei sogni, la si costruisce mattone dopo mattone facendosi un mazzo tanto.
La forma fisica non si ritrova, manco la si fosse persa in cantina, la si ottiene mangiando meno e muovendo il culo.
E avanti coi carri.

E si esce da tutto questo lavorio stanchi, stremati e con le occhiaie, non freschi e coi capelli in ordine. A meno di non essere ricchi sfondati e pagare altri per far fatica al posto nostro.

Ed ecco spiegato anche il perché di questa piaga sociale del “sentirsi realizzati”: ci fa sentire tutti delle merde, così spendiamo un sacco di soldi cercando scorciatoie a pagamento per far meno fatica a vivere e uscirne con i capelli in ordine.

Il mondo in cui tu stai lì a far niente e un vita figa l’avrai perché te la meriti solo in virtù del fatto che esisti, è una pubblicità. Il mondo vero, invece, è come un maiale per un macellaio: per cavarci qualcosa di buono ti ci devi sporcare fino ai gomiti (parziale citazione).

La prossima volta che vi viene un attacco di panico o una crisi depressiva perché la vita non è affatto come ve la aspettavate e vivere vi fa sentire stanchi e sporchi, pensate a questo: siete normali, non pazzi, è esattamente così per tutti.

Fa solo incazzare che sia necessario dirlo. Dovrebbe essere risaputo.

Anatomia del cretino

  1. Il cretino è ovunque. Alberga a ogni latitudine. Colonizza qualsiasi cultura. Pervade la società.
  2. Il cretino è maggioritario. È un gene dominante. Non solo non si estingue, ma si diffonde come la malerba.
  3. Il cretino è cretino in modo sistemico. Quasi olistico. Non è possibile che sia cretino limitatamente ad un ambito. Lo è sempre a 360 gradi.
  4. Il cretino è cretino in modo cronico e degenerativo. Non migliora con il tempo. Il fatto di essere cretino gli impedisce di riconoscere che lo è, precludendogli ogni possibile miglioramento.
  5. Il cretino è imprevedibile. Le sue azioni sono stupefacenti, poiché rifuggono ogni logica. Nessuno, per previdente che sia, è al sicuro dalle malefatte dei cretini.
  6. Il cretino sa. Almeno è convinto di sapere. E ti insegna. Con tanta più convinzione quanto minore è la sua competenza.
  7. Il cretino è vittima di atroci ingiustizie. O almeno è convinto di esserlo. La possibilità che le sfighe che lo affliggono siano da lui stesso causate non lo sfiora.
  8. Il cretino manca della capacità di vedere il nesso tra azione e reazione. Si stupisce ogni volta che gli si parano davanti le conseguenze delle sue azioni.
  9. Il cretino si ama. Profondamente. Vede se stesso come il fiore all’occhiello dell’intera specie umana. Vede chiunque non condivida tale posizione come un reietto invidioso e sfigato.
  10. Il cretino TI ama. Anche quando tu non lo sopporti. Anche quando cerchi di esternare il tuo fastidio con ogni mezzo a tua disposizione. Non demorde. Ti considererà sempre uno dei suoi più cari amici. E tu non potrai farci nulla.

Facciamo attenzione, più del 50% della popolazione mondiale è cretina. Quindi se non è la persona lì a fianco…

homer

Top ten delle cose che danno fastidio su Facebook

Tutti siamo a rischio, tutti ne abbiamo fatta almeno una. Ma conoscere il nemico è il primo passo per sconfiggerlo, come diceva il vecchio saggio cinese autore anche della più famosa massima “Se hai omblello nel culo, non aplillo”.

Signore e signori, ecco a voi la top ten delle cose che danno fastidio su Facebook.

10) L’invito internazionale: di solito arriva dall’amico fuorisede, di solito è per un evento sfigatissimo tipo “concerto della band del cugino del kebabbaro”, di solito si tiene alle 21 di martedì a Malmö. La prima volta penso: “Chissà perché avrà invitato me che vivo a Vergate sul Membro?”. Al duecentesimo invito a Malmö per un reading di poesie in aramaico antico, l’amico fuorisede ha ufficialmente rotto il cazzo.

09) Il tag bastardo: tutti abbiamo quell’amico che ci tagga soltanto in foto in cui sembriamo il figlio deforme di Frankenstein. L’amico in questione può appartenere a due categorie diverse: l’infame, quello che trova divertentissima la somiglianza tra te e un quadro cubista e quindi ti tagga, convinto di essere simpatico (il bastardo), oppure il verista, quello che carica tutte le foto, comprese quelle sfocatissime o scattate per sbaglio nella tasca dei jeans, perché crede nel dovere di cronaca.

08) L’erroraccio ortografico: verbo avere senz’acca, congiuntivi fantasiosi, confusione tra cie e ce. Si sa, l’italiacano o parlarlo bene o gnanca parlarlo.

07) Il divismo: anche questa categoria di amico ce l’abbiamo tutti; è quello, molto spesso quella, che si sente Liz Taylor. È il sovrano indiscusso del selfie, crede di fare una vita interessantissima, si auto-paparazza in ogni momento della giornata, dal cornetto e cappuccino fino alla camomilla della buonanotte. Sempre da solo, sempre in primissimo piano, suscita sentimenti sempre in bilico tra tenerezza paternalistica e ‘sticazzi.

06) Lo status tragico-negazionista: status “Sto malissimo!”; primo commento “Cosa succede?”; risposta “Non ne voglio parlare!” commento che tutti vorrebbero fare: “Ma vaffanculo!”.

05) L’autogol: questo prima o poi lo rischiamo tutti; esempio tipico: l’amico del punto 7 che pubblica uno status tipo “Ma quanto sono ridicole queste prime donne che ammorbano i social con 15 selfie al giorno?”. Senza alcuna traccia di autoironia.

04) La misantropia: cazzo fai su facebook allora? Nel caso ti fosse sfuggito è un SOCIAL network. SOCIAL, capito?

03) La foto motivazionale hipster: paesaggio desolato con silhouette di adolescente sfocata, filtro giallino di instagram, scritta in Helvetica bianco “Il kuore è uno zingaro e va”. Hai 14-17 anni? Vabbè, ti passerà, sono gli ormoni. Ne hai più di 17? Non andiamo per niente bene.

02) Il bufalone: di solito è introdotto da “Io non lo so se è vero, ma nel dubbio inoltro/condivido”. A cui di norma seguono cose tipo “Il social XY diventerà a pagamento”, “Da domani tutti i cani bassotti verranno grigliati per legge”. Domanda: ma sei proprio tu l’unico che ha Facebook e non sa che esiste Google? Se non sai se sia vero, minchia, cercalo!

01) Lo status minaccioso-impersonale: “Prima o poi me la paghi!” o anche “Basta, adesso ti cancello da facebook!”. Ma chiiiiiiii? Ma come maiiiii? Ma lo sai che sembri uno di quei vecchietti un po’ matti che inveiscono contro ignoti alla fermata del tram?

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