È un privilegio

La razza* è un problema nella nostra società?
Il genere è un problema nella nostra società?
L’orientamento sessuale è un problema nella nostra società?
La classe (o appartenenza) sociale è un problema nella nostra società?

Se ti è venuta la tentazione di rispondere di no almeno a una di queste domande, questo post è per te.

Voglio provare a parafrasare ciascuno di questi interrogativi, per chiarire meglio cosa intendo.

Se sei nero, hai meno possibilità e rischi la discriminazione?
Se sei donna, hai di fatto meno possibilità di un uomo?
Se sei omosessuale, sei in qualche modo discriminato?
Il conto in banca dei tuoi genitori cambia il tuo destino?

Già rigirando le domande in forma più colloquiale comincia a diventare evidente che la risposta a questi quattro quesiti non può che essere “si”. Razza, genere, orientamento sessuale e classe sociale sono dei problemi.
Di solito, quelli più propensi a sostenere che non lo siano sono maschi, bianchi, eterosessuali e borghesi.

La motivazione è chiara e lineare: per loro queste caratteristiche non sono effettivamente un problema, visto che rientrano nella porzione “giusta”, quella storicamente non discriminata.
Questo si chiama, tecnicamente, privilegio.
Anche io sono molto privilegiata, perché sono bianca, eterosessuale e borghese.

Non ho mai capito perché riconoscere il privilegio sia così faticoso.
Va bene, se sei bianco per te la razza non è un problema, se sei uomo non lo è il genere, e così via. Però perché negare che lo sia per gli altri, quelli meno privilegiati di te?
Se un omosessuale dice che l’omofobia è un problema e un nero dice che lo è razzismo, tu che non sei né omosessuale né nero, perché devi berciare che quelli non sono problemi? Che cosa ne sai?

Proviamo a fare un’analogia: abiti in una casa le cui fognature sono mal funzionanti e quindi c’è sempre puzza. Allora vai negli uffici dell’azienda che gestisce le fognature a fare un reclamo e cercare la soluzione. Mentre stai discutendo con l’impiegato, passa un tizio che abita tre vie più in là e le cui fognature funzionano perfettamente, che comincia a dire: “Non è vero che le fogne sono un problema. Le mie funzionano perfettamente. L’impiegato dovrebbe preoccuparsi di cose più importanti e tu non dovresti essere così suscettibile alla puzza, non è mica la fine del mondo!”. È un comportamento accettabile

Capisco che essere privilegiati faccia sentire in colpa.
Capisco che possa essere una fonte di frustrazione: se fai parte di categorie che in teoria avrebbero “vita facile” ma la vita ti sembra molto difficile, probabilmente ti senti inadeguato.
Capisco pure che ogni volta che i diritti di categorie precedentemente escluse da certe possibilità si ampliano, aumenta la concorrenza: alcuni devono iniziare a lottare per cose che hanno sempre dato per scontate e si sentono minacciati.

Eppure mi sembra ridicolo non voler riconoscere i propri privilegi.
So che più di metà delle cose che ho nella mia vita, le ho avute perché sono una privilegiata. Che i miei meriti sono ridotti a una piccolissima parte, il resto lo devo al fatto di essere nata nel 5% più fortunato della popolazione umana.
Potrei fare i capricci dicendo che “mi sono fatta da sola”, che tutto ciò che ho è merito esclusivamente delle mie capacità e che là dove non sono riuscita, è perché il mondo mi ha fatto lo sgambetto. Ci sono stati momenti della mia vita in cui l’ho pensata così.

Poi ho scoperto che prendere atto della mia fortuna e dedicarmi all’esercizio di una sana gratitudine mi rende più felice. Non posso farci nulla: non ho chiesto di nascere privilegiata; non posso abdicare al privilegio, ce l’ho e basta. Posso soltanto riconoscerlo, ascoltare con rispetto le osservazioni di chi ha meno privilegi di me, cercare di fare in modo che in futuro la distribuzione delle possibilità sia più equa.

Se un giorno la società sarà più giusta, i miei figli, pur se bianchi e borghesi, saranno meno privilegiati di me. Lo so. Ma sarà giusto così.

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*Si, razza. Lo so che le razze, biologicamente, non esistono. Però esistono i razzisti e purtroppo finché esisteranno i razzisti, continuerà a esistere anche la razza.

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Liber* tutt*, maschi compresi

Oggi mi sono trovata a chiacchierare su facebook di un articolo che racconta, per farla molto breve, della produzione di sex-robots, nipoti evoluti della bambola gonfiabile, in cui è prevista una modalità “frigida”, che simula un contesto di “ritrosia”, cioè di fatto una situazione di “non consenso”. L’ovvio dibattito che ne è seguito riguardava la cultura dello stupro, un concetto che torna spesso nei discorsi femministi e sul quale più volte mi sono ritrovata a riflettere.

In particolare mi chiedo: quale scenario di rapporto fra i generi fa sì che un maschio eterosessuale, nel 2017, sia ancora sessualmente stimolato dall’assenza di consenso? E perché i passi, per fortuna numerosi e tuttavia insufficienti, verso una effettiva parità di genere sembrano talvolta inasprire questo tipo di reazioni?

Dominazione e potere sono stati per secoli il fondamento del rapporto fra i generi, tanto che le donne erano di fatto proprietà dei padri/mariti: era il fondamento stesso del modello patriarcale. Che si portava dietro un immaginario di identità di genere molto preciso: donne deboli, devote, sottomesse, prive di desiderio.

A questo si contrapponeva un’identità maschile basata sulla potenza e sulla dominazione, in una società in cui la guerra e la violenza erano assai più diffuse di oggi. Da qui l’iconografia del maschio alfa, violento e predatore, che si prendeva le donne che voleva, volenti o nolenti. Lo stupro concettualmente non esisteva: era parte integrante della normalità, nella vita sessuale della epoche passate.

Poi la società ha iniziato a cambiare, per quanto lentamente, ed è comparso il femminismo. Allora non è stato più possibile “possedere” le donne e non uso il verbo a caso, è interessante la sovrapposizione semantica con il sesso. Quando le donne hanno smesso di essere una proprietà è comparso il “consenso” come concetto culturale e di conseguenza lo stupro come atto immorale prima, criminale poi.

Negli ultimi 50 anni l’identità femminile è cambiata a una velocità incredibile. Da una norma fatta di donne casalinghe, prive di voce, deboli e sottomesse si è passati a una normalità fatta di donne lavoratrici, decise, assertive, padrone del proprio corpo, con voci forti e una sessualità liberata, in buona parte. Ci sono state e ancora ci sono molte pressioni sociali per farci regredire, per rallentare questa rivoluzione sociale e identitaria che vede le donne cambiare immagine e posto nella società.
L’immaginario della donna debole e sottomessa è però sempre meno pervasivo, con buona pace di Costanza Miriano.
Questo vale anche e soprattutto per la sfera sessuale: le donne desiderano, fantasticano, si masturbano e scopano. Volentieri e scientemente.

Il mito del maschio alfa, invece, persiste quasi inalterato: l’iconografia è cambiata pochissimo rispetto a quella femminile. E con essa è pure cambiato di ben poco l’immaginario della sessualità maschile.
Gli uomini devono essere ossessionati dal sesso, avere sempre voglia, essere attratti da qualunque essere respiri e abbia orifizi. Soprattutto, gli uomini devono essere sessualmente dei predatori. Questo la società si aspetta da loro.

Questo spesso avviene anche per “colpa” delle donne: quante volte ho letto o sentito donne, magari emancipatissime, lamentarsi che non esistono più i “maschi veri” (per esempio in articoli orrendi tipo questo ).
Le donne, negli ultimi decenni, rivendicano a gran voce il proprio diritto a una sessualità libera e vissuta senza tabù. Che inevitabilmente si riverbera in un’idea di relazione e in un concetto di famiglia diversi e più liberi.
Possiamo dire lo stesso degli uomini? Quante volte abbiamo sentito uomini reclamare a gran voce il diritto a un appetito sessuale variabile? Quanti hanno alzato la mano dicendo “mi secca dovermi portare appresso quest’immagine da satiro”? Quanti uomini si sentono oppressi dall’impossibilità di vivere la propria emotività a causa degli stereotipi di genere?
Azzardo un’ipotesi: pochi, semplicemente perché un immaginario alternativo di mascolinità non è stato sufficientemente sviluppato e non è quindi in grado di fare da contraltare al mutatissimo immaginario dell’identità femminile.

Cambiare l’identità sociale di più del 50% della popolazione, le donne, senza che un cambiamento speculare avvenga per il rimanente 50%, gli uomini, non può che aprire dei vuoti identitari spaventosi. Mi immagino un maschio eterosessuale medio, a cui la società continua a richiedere una condotta dominante e predatoria, che però vive circondato da donne che rifiutano di essere dominate e predate. Certi giochi van fatti in due, non esistono dominatori senza dominati, non esiste potere senza qualcuno su cui esercitarlo.

Si pensi al successo di 50 sfumature di grigio: è banale, ha semplicemente riproposto, con il linguaggio di “Cosmopolitan”, l’antico rapporto tra i generi, l’uomo predatore e dominatore, la donna preda e dominata. È l’immaginario più facile, ha radici antiche, ci riporta su un terreno noto, per quanto ingiusto e squallido.

Non mi stupisce allora che si parli così spesso di cultura dello stupro: un gran numero di uomini è ancora convinto di dover essere un cacciatore brutale per essere un “vero uomo”. Molte donne concordano con questo punto di vista e dicono di desiderare uomini “che le sbattano contro il muro” o “che le possiedano”. Però pochissime donne, fortunatamente, sono davvero disponibili al ruolo di indifesa cacciagione e se davvero dovessero essere sbattute da qualche parte o, peggio, diventare proprietà di qualcuno, giustamente si rivolgerebbero alle forze dell’ordine.

C’è una discrasia incolmabile in questo scenario. Spesso si cerca la soluzione nei diritti delle donne, fondamentali e indiscutibili ma forse poco risolutivi, da soli: la vera soluzione mi sembra si trovi invece nell’aggiornamento dell’identità del maschio eterosessuale.
Se desideriamo essere donne libere, capaci di dimostrare la propria forza e affrancate dal ruolo di prede innocenti, dovremmo desiderare (anche a letto), uomini liberi, capaci di mostrare la propria debolezza e affrancati dall’obbligo di essere cacciatori brutali.
Non si tratta di tornare indietro ai ruoli di genere tradizionali. Si tratta di immaginare un mondo in cui, ancora una volta e anche in questo caso, applicare all’identità di ciascuna persona (maschio o femmina che sia) quel principio primo d’amore che è “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” (viene da qui). Quando impareremo ad amarci l’un l’altra per ciò che siamo, dimenticando gli stereotipi di genere, staremo insieme (e scoperemo) tutti assai meglio.

Moglie. Madre. Marx.

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Mi capita spesso di leggere degli articoli interessanti e condivisibili sui cambiamenti epocali che stanno investendo la vita delle donne.

Giustamente, il grosso di questi ragionamenti riguarda il matrimonio e la maternità. L’argomento centrale è sempre lo stesso: un numero crescente di donne sta felicemente decidendo di fare a meno di essere moglie e madre, per dedicarsi alla carriera, alle proprie passioni, a una vita libera, autodeterminata e felice.

Che molte donne scelgano di non sposarsi e/o di non fare figli, a mio parere, va benissimo.

Quel che mi va meno bene è che si parli pochissimo, persino nei siti femministi, della possibilità di condurre una vita libera, autodeterminata e felice essendo anche, se ci fa piacere, sposate e con dei figli.
Volontariamente non ho usato i termini moglie e madre in questa frase e altrettanto deliberatamente ci ho messo un macroscopico “
anche” prima.

So perfettamente, infatti, che ci sono molteplici contesti sociali in cui le pressioni sociali relative al matrimonio e alla maternità sono molto pressanti per le donne (ne ho parlato qui).
Si chiama sessismo, visto che come dice Caitlin Moran, il modo più semplice per capire se una cosa è sessista è chiedersi: “Succede lo stesso anche al genere opposto?” Se la risposta è no, allora quel fatto è sessista. È facilissimo, a prova di scemo.
Esempio banale: giovane coppia con figli piccoli.
Lui in giro senza lei e senza figli, nessuno nota nulla di strano.
Lei in giro senza lui e senza figli, partono i commenti “Ma con chi stanno i bambini? Ma perché ha fatto figli se non se ne vuole occupare?”

Però poi cerchi dall’altra parte, tra chi si dichiara fervente femminista, e trovi un sacco di gente piena di buone intenzioni intenta a pontificare sul fatto che il modo migliore per affrancarsi dal giogo di questi pregiudizi sia non sposarsi e non fare figli. Così eliminiamo il problema alla radice.

Mi piacerebbe vedere, nei blog e sulle piattaforme social di impianto femminista, ragionamenti un po’ più articolati sull’argomento.

Insistere sul fatto che le donne non si sposino e non facciano figli per essere libere e autodeterminate è terribilmente datato.
Vogliamo davvero essere così miopi, così prive di fantasia da credere che soltanto se single e senza figli potremo vivere una vita soddisfacente e libera?
Questa posizione a me sembra una riconferma degli stereotipi “patriarcali”, mi pare un ulteriore modo di avallare l’idea che “sposata” voglia dire “sottomessa”, che “madre” voglia dire “annullata, prigioniera”.

Credo sia molto più interessante prendere atto del fatto che noi trentenni siamo la prima generazione in cui esiste una massa critica di donne che scelgono di sposarsi e fare figli, ma che cercano contemporaneamente di scardinare nei fatti il carico di stereotipi che lo status di moglie e madre tradizionalmente si porta dietro.
Checché se ne dica, la generazione delle nostre madri, attuali 60enni, su questo ha pensato alla teoria; alla pratica ci arriviamo noi, oggi.

Donne che fanno questa scelta sono sempre esistite, ma fino a qualche decennio fa erano una risicata minoranza che apparteneva nella sua quasi totalità all’alta borghesia.
Detto in parole semplici: solo le donne ricche potevano permettersi di essere sposate, madri e di portare avanti una vita davvero autodeterminata e libera. Pagando qualcuno che si prendesse cura di casa e figli, certamente non dividendo i carichi di lavoro con i maschi.

Siamo la prima generazione di donne che provano a far convivere matrimonio, genitorialità, autodeterminazione e libertà per una ragione molto semplice: perché siamo anche la prima generazione in cui esiste una massa critica di uomini convinta
che alcune cose siano doveri condivisi: per esempio pulire casa, stirare, cambiare i pannolini, stare a casa con i figli perché la madre possa uscire. Non uomini che “danno una mano in casa”, ma uomini che “condividono il lavoro domestico” in quanto lo sentono come un preciso dovere.

Family busy together in kitchen

Insomma, siamo la prima generazione in cui esiste una massa critica di persone convinte che libertà, autodeterminazione, cura e responsabilità familiari siano quattro termini che appartengono agli esseri umani, senza distinzioni di genere.
Persone unite da questa convinzione possono amarsi, progettare una vita insieme e fare dei figli, costruendo famiglie in cui tutti i membri sono egualmente liberi, egualmente autodeterminati, egualmente responsabili gli uni verso gli altri.

Qualcuno vede in questa tendenza, in cui i ruoli tradizionali del maschile e del femminile scompaiono per lasciare spazio ai rapporti fra persone, la morte della famiglia. Sembrano pensarla così, esattamente allo stesso modo, i più rigidi reazionari e le più intransigenti femministe. I primi con sconforto, le seconde con gioia.

Io credo che la reinvenzione della coppia e della genitorialità all’interno di dinamiche di genere molto più sfumate farà rinascere il concetto di famiglia.
Potremo finalmente pensare alla famiglia come a una società liberamente costituita, per associazione di liberi esseri umani che si vogliono bene.
L’unico posto in cui poter applicare quello splendido principio che è:
Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Che è vero, questa frase la dobbiamo a Carletto Marx, ma secondo me non è uno slogan comunista, è il principio primo dell’amore.

compagni

Piero Angela sia con noi!

Sottotitolo: un post veramente cazzaro.

Avete presente quando qualcuno si mette a sostenere a spada tratta qualche dottrina pseudoscientifica, qualche teoria non supportata da dati o ampiamente smontata dalla ricerca?

Io che sono una fan sfegatata del CICAP, di James Randi, di tutti i debunker e soprattutto di Piero Angela, di solito sento un friccicore alla bocca dello stomaco, che non è proprio fame…

Ho dato un nome e un volto a questa sensazione e ho deciso di lanciare il risultato di questo piccolo momento creativo nell’etere.

Ecco a voi…

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Giusto per chiarire, colloco nel novero delle idiozie di cui sopra:

  • scie chimiche
  • medicine alternative varie ed eventuali
  • astrologia e oroscopi
  • maghi, medium, cartomanti, chiromanti e santoni vari
  • complottismi di varia natura

Tutti sono liberissimi di sostenere quel che credono.

Ma io sono altrettanto libera di farmi salire il Piero Angela in risposta!

FertilityMayDay

In occasione dell’infausto Fertility Day ci tengo a raccontarvi una cosa semplice.

Sono abbastanza giovane, vorrei dei figli ma ho paura di farli.

Sono una privilegiata. A 31 anni ho: un lavoro dipendente, a tempo indeterminato, stipendio fisso, 13 mensilità, ferie e mutua pagati, maternità garantita (finché dura, perché si sa che comunque c’è la crisi, ma questo è un altro discorso); un marito che amo e di cui mi fido, che quando capiterà, sarà un ottimo padre e che anche lui ha un posto fisso; una casa in affitto, piccola per 3 ma all’inizio si può fare, in un paese di provincia dove vivere è facile e bello; una famiglia solida e disponibile, sotto ogni punto di vista (umano, affettivo, economico).

Sono un caso raro, per la mia generazione: a essere così ben messi siamo pochissimi.
Ciò nonostante ho paura di fare figli.
Non per questioni pratiche, che pure sono tante anche per chi è fortunata come me (il nido, il part-time, il welfare, ecc…), figuriamoci per le altre.

Ho paura perché quando avevo 20 anni credevo che la parità tra uomo e donna fosse totale: mi sentivo esattamente alla pari dei miei compagni maschi, talvolta persino migliore.
Avevo successo e prospettive tanto quanto loro.
Poi ho iniziato a lavorare e mi sono accorta che i capi sono sempre uomini, che l’esito di un intervento durante una riunione è sempre ben diverso a seconda che a parlare sia un uomo o una donna, che le prospettive di successo e carriera non esattamente uguali.
Ho scoperto sulla mia pelle che essere single a 28 anni per un uomo non è strano, per una donna genera quell’immancabile sguardo che dice “Questa deve avere qualcosa che non va“. Che parlare a voce alta, prendersi una sbronza, mangiare antipasto primo secondo contorno e dolce, essere sfrontati, sono atteggiamenti perfettamente legittimi per un maschio, un po’ meno per una femmina.
Ma è ancora facile, siamo ancora pari, posso ancora competere.

Quando avrò dei figli la rottura dell’illusione sarà completa, la presunta parità dei sessi sparirà del tutto.
A me sarà chiesto di girare giorno e notte con l’unica e ingombrante identità di madre a definirmi.  A mio marito no.
Cominceranno i sensi di colpa per tutto, i giudizi impietosi della gente attorno. Per mio marito no.
Se uscirò con le amiche la sera sarò una madre degenere, se starò troppo a casa con i figli, una fallita. Mio marito invece no.
Essere una buona forchetta, bere un bicchiere di vino in più, fumare una sigaretta, mandare a cagare qualcuno senza tanti fronzoli e mediazioni: tutte queste cose diventeranno peccati mortali agli occhi di molti. Mio marito potrà continuare a fare ciascuna di queste cose senza riprovazione sociale.
Lavorare diventerà difficile, fare carriera impossibile. Per mio marito no.

A mio marito questo non succederà, appunto, perché ai maschi questo prezzo non lo facciamo pagare.
E così, oltre a tutto il resto, sarà anche più difficile per noi essere una coppia, visto che finora tutto il nostro rapporto gira intorno a una stabile, serena, condivisa parità. Che se ne andrà con i figli, perché agli occhi del mondo io diventerò una mamma prima che una persona, lui resterà una persona prima che un papà.

Lo so che capita, lo vedo succedere attorno a me, alle mie coetanee che i figli li hanno già fatti. Lo leggo nei tanti articoli che leggo in merito (e per esempio vi consiglio questo).

Li farò lo stesso, dei figli, pur sapendo che mi trasformeranno, per certi versi, in una persona e in una cittadina di serie B: meno diritti su tutta la linea per le madri.

Oggi la ministra della Sanità ci chiede di fare più figli, ci ammorba persino con una giornata a questo dedicata. E io mi chiedo perché nessuno dia una risposta a questi timori, a me che sono la candidata ideale per cominciare a ripopolare l’Italia.

Sarà che questo non è un paese per madri.

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Ministri che odiano le donne

fertilityGentile ministra Lorenzin,

le scrivo per congratularmi per essere riuscita a insultare tutte le cittadine italiane in un colpo solo. Un piccolo capolavoro di democrazia, questa sua campagna per il fertility day.

Lei, da una posizione di governo, ha scelto di affrontare il tema dell’andamento demografico del Paese al grido di “Facciamo sentire in colpa le donne perché non figliano abbastanza, così combattiamo la crescita zero”. Geniale, davvero.
In fondo si sa, a un governo non si chiede di gestire la cosa pubblica con misure economiche e di servizio pubblico che affrontino la problematica da risolvere. Il governo è lì per fare proclami intimidatori ad uso e consumo della cittadinanza.
Questo è il vero modo di risolvere i problemi! Le suggerisco, per il futuro, di produrre qualche cartellone passivo-aggressivo ad uso e consumo dei bambini che muoiono di fame nelle zone più povere del mondo, rimbrottandoli e consigliando loro di mangiare di più. Vedrà che così risolverà anche la fame nel mondo, ne sono certa.

Mi complimento pure per aver prodotto e diffuso un documento magistrale, dal quale si evince che le donne che lavorano sarebbero state sospinte verso ruoli maschili, che le donne che si sono laureate avrebbero perso il senso dell’importanza dell’avere dei figli, che la fertilità è patrimonio pubblico.

Mi complimento perché questi elementi delineano con chiarezza il quadro culturale e concettuale entro cui lei evidentemente si muove, mia cara ministra.

Un quadro fatto di donne che devono decidere del destino del proprio paese attraverso il loro utero e non attraverso il loro voto.

Un quadro in cui non è lo Stato a dover prendere misure per affrontare le questioni aperte della società ma in cui sono i cittadini a doversi fare carico del welfare per patrio orgoglio.

Un quadro di donne ignoranti e sempre gravide, perché quello è il loro ruolo nella società.

Un quadro dove le donne hanno un ruolo nel dare forma al futuro attraverso la cura dei bambini e della famiglia, non attraverso il lavoro, la crescita professionale e la cittadinanza attiva.

Un quadro che si descrive con una sola, semplice parola: fascista.

La ringrazio di tutto questo, perché mi permetterà di decidere con molta chiarezza a chi dare il mio voto alle prossime elezioni.
Le svelo un segreto ministra: non sarà facile rinchiuderci in casa a figliare spogliandoci del nostro stato di cittadine. Le prossime elezioni arriveranno e noi donne a votare ci andremo ancora, nonostante le sue convinzioni e la sua agenda politica.

Vorremmo poter votare chi ci proporrà politiche serie di welfare e di sostegno alla genitorialità: per chi sosterrà l’accesso al nido, la flessibilità di orario lavorativo, i congedi di paternità veri (non quei 5 giorni di presa per il culo che abbiamo ora), un’occupazione giovanile solida e debitamente retribuita, corposi finanziamenti all’istruzione e alla sanità pubblica.

Insomma, vorremmo poter votare per chi sosterrà le donne invece di insultarle.

Speriamo che compaia qualcuno che fa queste proposte e che, nel frattempo, scompaia dalla politica la gente come lei, ministra Lorenzin.

Cordialmente.

Una giovane donna a cui la voglia di fare figli in questi giorni è del tutto passata.

dim-bianco

Tutte le strade portano a scuola

Parlare di politica mi appassiona da sempre. Occorre specificare che con questo non intendo che mi appassioni solamente lanciarmi in disamine sul panorama politico italiano o sulle primarie statunitensi; intendo più che altro che mi piace discutere di ciò che riguarda la cosa pubblica, la realtà che ci circonda, l’attualità.

scuola-futuroPratico per passione la disciplina della discussione da circa 25 anni, con gradi diversi di approfondimento, e di recente mi sono accorta che al fondo dei miei ragionamenti c’è sempre l’istruzione. Che davvero, nel mio sistema valoriale, tutte le strade portano a scuola.

Il problema della rappresentanza politica è un primo esempio efficace: spesso mi capita di pensare che la classe politica sia inefficace, incapace di creare strategie vincenti sul lungo periodo, tenda alla banalizzazione di problemi complessi e faccia successo, sul piano elettorale, appellandosi a slogan emotivi che nascondono sempre soluzioni fallimentari e inadeguati ai problemi del nostro mondo. E continuo a stupirmi del fatto che la gente voti certi soggetti.
Ho pensato a lungo a come questa situazione potrebbe cambiare, ho immaginato le caratteristiche di un partito politico dal quale davvero mi sentirei rappresentata, ho riflettuto su come comunicare efficacemente un programma politico che per me sarebbe davvero efficace e sono giunta alla conclusione che l’unica soluzione sia investire sulla scuola, perché alleni tutti ad essere buoni cittadini e fornisca a tutti gli strumenti per votare con cognizione.

Prendiamo poi il problema, scottante, del terrorismo islamico di Parigi e Bruxelles e dell’infinito insieme di questioni legate all’immigrazione e all’integrazione che si porta appresso. Continuo a credere che militarizzare le città, chiudere le frontiere, lucidare i bombardieri non faccia altro che aumentare il numero di potenziali terroristi.
Mi chiedo però anche come l’Europa possa affrontare il problema dei flussi migratori e dell’integrazione che questi richiedono, rifletto sul fatto che forse i modelli di integrazione finora proposti hanno delle falle che hanno generato gli attentatori dei giorni e dei mesi scorsi. E di nuovo ritorno alla scuola come unico strumento davvero efficace per praticare un’integrazione reale, come unica arma a disposizione degli stati per combattere, attivamente e efficacemente, la violenza e il terrorismo.

Poi c’è la questione ambientale e delle politiche energetiche, che è la vera grande sfida per il futuro. Anche in questo caso, come fare a convincere i cittadini dell’importanza di una gestione oculata, informata, scientificamente valida dell’ambiente? Soprattutto in Italia, dove le conoscenze scientifiche di base sono ignote a una buona fetta della popolazione, che è poi chiamata a prendere decisioni su materie fondamentali sul nostro futuro.
Problemi come le trivellazioni petrolifere in mare, che sono il tema caldo di questi giorni, l’impiego di fonti energetiche alternative, il risparmio energetico, ma pure gli OGM, la validità delle medicine alternative, l’opportunità di vaccinare meno i figli, sono tutte questioni che andrebbero affrontate con una certa preparazione tecnica e non solo con l’emotività o le ideologie preconcette.
Di nuovo, l’unica soluzione mi sembra investire in una scuola che insegni di più e meglio la scienza e i suoi meccanismi, che fornisca gli strumenti analitici utili a capire cosa succede nel mondo della ricerca scientifica e tecnologica, per poter poi applicare con competenza queste conoscenze alla cosa pubblica.

Oppure si può riflettere sull’impatto delle tecnologie informatiche, del web e dei social network sulle nostre vite. Potrebbero essere i più potenti strumenti di crescita che l’umanità abbia mai avuto a disposizione, ma ci mettono anche di fronte a un buon numero di problemi.
Credo che tutti abbiamo avuto modo di osservare come internet possa diventare un veicolo di informazioni e teorie a dir poco bislacche, come i social possano trasformarsi in arene in cui l’aggressività viene sfogata in forma preoccupante, con un carico di odio e rabbia che fa quasi paura, oppure ancora come l’uso continuo di strumenti informatici di varia forma e dimensione ci renda un po’ isolati, un po’ automi dipendenti dalla luce azzurra di uno schermo e della presenza di una connessione abbastanza buona.
Ancora, se vogliamo che il web e le tecnologie informatiche siano usate al meglio delle loro potenzialità, come veicolo di idee e cultura, possiamo agire in un solo modo: passando attraverso la scuola per fornire a tutti gli strumenti culturali necessari a maneggiare la tecnologia dominandola, senza diventarne succubi.

Questi sono soltanto quattro esempi, ma potrei andare avanti per ore. Ogni volta che il mondo mi mette davanti un problema, io penso e penso, per giungere invariabilmente alla conclusione che abbiamo già lo strumento necessario per risolvere quel problema definitivamente. Quello strumento è la scuola.

Per questo credo che una società dovrebbe investire ogni centesimo possibile nell’istruzione. Che dovremmo cominciare a insistere forte sull’idea che gli insegnanti sono la categoria professionale più importante e più potente di un paese.
Che dovremmo convincere tutte le menti più brillanti ad aspirare all’insegnamento come prima, più nobile e magari pure più remunerativa opzione di carriera.
Che tutti i genitori dovrebbero parlare ai propri figli della scuola come della più importante e più autorevole delle istituzioni e del loro percorso da studenti come del momento più rilevante e definente della loro vita.
Che non dovremmo mai stancarci di parlare di scuola, di parlarne bene, di buttarci dentro tutte le nostre energie.

Poi se un giorno a tutta ‘sta teoria ci credesse anche un ministro dell’istruzione, non sarebbe bello?

Nota personale: quanto mi fa incazzare, per altro, che tentare di diventare insegnanti sia un percorso a ostacoli talmente frustrante e mal pagato che chiunque abbia una possibilità diversa, tipo la sottoscritta, ci rinuncia per spirito di sopravvivenza?

Di maternità, YouTube, gin tonic e bellezza

Ieri un’amica ha postato un articolo di Laurie Penny, pubblicato in Italia da Internazionale, intitolato “La gravidanza è usata per controllare il corpo delle donne” e ha chiesto agli amici un parere. Ci ho pensato su a lungo e alla fine mi sono ritrovata ad avere una lunga lista di considerazioni in merito. Così ho deciso che ne avrei scritto per esteso.

maternità

L’articolo in questione, premetto, non mi è piaciuto per nulla. In primo luogo perché mi è parso mettesse insieme troppi argomenti, profondamente diversi fra loro, in modo un po’ abbozzato e superficiale. Ho deciso che salterò a piè pari tutto quel che concerne la situazioni in paesi come il Brasile o El Salvador perché non sono sufficientemente preparata in merito. Per la stessa ragione non mi addentrerò sulla situazione normativa negli USA, sulla quale mi sento semplicemente di dire che mi pare si inscriva in un processo di sistematica erosione dei diritti, in particolare sull’aborto, che trovo disgustosa e pericolosa.

E ora, sotto con le considerazioni più estese. Continua a leggere

L’insostenibile irrequietezza dell’essere

Confesso, sono un’anima irrequieta. Non conosco, se non per sentito dire, la sensazione confortante di sentirsi la persona giusta al posto giusto.

Ero irrequieta a sedici anni, quando stare seduta di fronte al libro di matematica mi faceva ballare la gamba sotto al tavolo.
Irrequieta a diciotto anni, quando facevo per la prima volta le quattro del mattino e la gente intorno al me nel locale, quella sera, mi sembrava tutta più a proprio agio di quanto fossi io.
Irrequieta a vent’anni, quando il futuro era un grandangolo e pur pensando che avrei potuto fare tutto, non mi sentivo veramente adatta a niente.
Irrequieta a venticinque anni, quando ho dovuto scegliere un lavoro e il risultato sono stati quattro traslochi in due anni e una vita in macchina, da latitante.
Irrequieta a ventotto anni, quando ho scelto il mio compagno, e ho scoperto che l’amore da adulti fa una paura fottuta.
Sono irrequieta ora, a trent’anni, che la vita attorno a me sembra essersi calmata e la mia irrequietezza invece mi accompagna per mano, come ha sempre fatto.

Invidio le persone tranquille, quelle che sembrano calate anima e corpo nella propria vita, senza agitazione, senza dubbio, senza paura, con la saggezza dipinta in faccia e il sorriso sempre sulle labbra.
Invidio anche quelli che assecondano la propria irrequietezza, che la nutrono di cambiamenti continui e di una vita spericolata, che si sentono invincibili e pieni di forze.cop

Vorrei la serenità calma dei primi, o il coraggio forsennato dei secondi. Dipende dai giorni. Ma resto nel mezzo, sono piena soltanto di forse e vado avanti, costruendo la mia vita su solide incertezze.
Un’amica saggia, citando Benni, dice che siamo “comici spaventati guerrieri” ed è una definizione che amo.

Per fortuna ci sono giorni in cui guardo la mia irrequietezza e le sorrido, in fondo è lì da così tanto tempo e un po’ le voglio bene. Oggi è uno di quei giorni.

Charlie, l’Europa e la libertà

Passato il mal di cuore, scivolata via la sberla emotiva da cui è scaturito il post di ieri, il cervello ha ricominciato a girare a regime. Così a cena, discutendo con l’inestimabile compagno J, ci siamo trovati a riflettere di nuovo sull’attentato a Charlie Hebdo e ad andare decisamente più in profondità.

Sono stati tanti, tra ieri e oggi, a far notare che, mentre in Europa eravamo in lutto per l’attentato di Parigi, in Nigeria Boko Haram causava centinaia di morti e in Yemen le vittime degli attentati erano assai più numerose. Eppure non riesco a fare a meno di pensare che l’attentato a Charlie Hebdo e le conseguenze che ne sono derivate ci riguardino davvero più da vicino.

Possiamo fingerci indifferenti alla paura mentre chiacchieriamo al caffè e ci diciamo tutti Charlie ma credo che ognuno di noi abbia sentito la propria vocina oscura mormorare “È Parigi, cazzo. Questa cosa è successa in casa mia.” Non è una vergogna, è senso di sopravvivenza. Con quella paura bisogna lottare, per impedire al nostro “cervello lucertola” di lasciarci deviare, lentamente e subdolamente, verso il suono dei pifferai xenofobi e fascisti che rispondono al nome di Le Pen e Salvini e compagnia cantante.

Trovo molto significativo che i fatti di Parigi abbiano suscitato in me tanto senso di appartenenza. Certo, il fatto che sia stato colpito un giornale satirico ha giocato la sua parte, di questo ho già scritto ieri. Ma questo senso di appartenenza era già comparso, con Madrid e con Londra. Forse finalmente gli europei esistono davvero. Non so se siamo la prima generazione a viverla in questo modo, ma ho sentito commenti tipo “Speriamo che non venga in mente a nessuno di fare una cosa del genere in Italia” provenire soltanto da persone 30 o 40 anni più vecchie di me. Per me e credo per un buon numero di miei coetanei, la tragedia, se avviene in Francia o in Spagna o in Inghilterra, è già avvenuta in casa. Non c’è bisogno che attraversi le Alpi.

I fatti di Parigi di questi giorni sono figli dell’Europa anche per un’altra ragione, una ragione che alimenta la preoccupazione e anche un po’ la paura in modo molto più razionale e politico: gli attentatori vivevano qui, in Europa. E avevano la mia età, più o meno. Non posso fare a meno di fermarmi a pensare al fatto che lo stesso “luogo culturale” che ha prodotto l’onda di empatia e commozione per i vignettisti uccisi abbia prodotto anche gli autori dell’attentato.

Quali sacche di oscurità si celano nella mia Europa, allora? E quali errori abbiamo fatto noi, europei da chissà quante generazioni, che hanno portato a questi buchi neri in cui fiorisce l’estremismo?

Non parlo soltanto dell’estremismo islamico, parlo anche di quello cristiano che ha prodotto Breivik in Norvegia e di tutti quegli estremismi striscianti che mi sembrano esacerbarsi ogni giorno di più, da 15 anni a questa parte: omofobia, sessismo, complottismo. Estremismi che sembrano farsi forti, troppo forti, nei miei coetanei e in ragazzi ben più giovani di me. Gente con un livello di scolarizzazione, di alfabetizzazione e di benessere economico che non ha eguali nella Storia: tutte cose che dovrebbero vaccinare contro l’estremismo, non generarlo.

Nei giorni scorsi ci siamo indignati e ci siamo sentiti partecipi di un’Europa attaccata nel suo aspetto più nobile: la libertà. Forse è giunto per noi, che abbiamo 30 anni e anche di meno, il momento di farci una domanda: la stiamo usando bene, questa libertà? È il bene più prezioso che abbiamo eppure sono sempre di più quelli che se la dimenticano, per aderire invece alla banda di invasati di turno.

Forse, in quest’era post-ideologica, abbiamo iniziato a spogliare la libertà di tutti i suoi annessi migliori: il senso di appartenenza, il senso della cosa pubblica, il senso della collettività, il senso dell’accoglienza. E li abbiamo sostituiti con l’atomizzazione sociale, l’individualismo, il faccio-quel-che-cazzo-mi-pare-basta-mi-gratifichi-per-i-prossimi-3-minuti. E al cuore dell’Europa è rimasta una libertà nuda e triste, in pessima compagnia. Niente da stupirsi se poi in molti scappano per rifugiarsi nell’abbraccio mortale ma confortevole degli estremismi di turno. Che non importa se poi muori, almeno sei appartenuto a qualcosa finché è durata. Questo è ancora più vero per chi è più debole, per chi nasce o arriva o cresce con una marcia in meno, che sia per motivi sociali, economici, geografici o personali.

Tutto questo per dire che se riusciamo a fare in modo che essere Charlie sia un punto di partenza per tornare a essere tutti insieme qualcosa, quei morti non saranno stati invano.

Certo, imparassimo a pensarci prima non sarebbe male.